“Annus Mirabilis” di Geraldine Brooks

annus mirabilis, recensioneQuando leggo un romanzo definito storico ho l’insana pretesa che sia scritto da uno storico.
Purtroppo, però, molto spesso accade che gli storici non siano anche romanzieri, pertanto capita di dover scendere a compromessi.
Geraldine Brooks è una giornalista australiana, premiata di Pulitzer.
Tuttavia, se la cava bene in quest’opera che definirei piuttosto a sfondo storico e parecchio romanzata. Colpa non del tutto sua dato che sugli eventi di cui si narra non esistono, a detta dell’autrice, molte testimonianze.

La trama de “Annus Mirabilis”

Siamo nell’Inghilterra tra il 1665 e il 1666, annus horribilis, anno della peste definita La grande. Infezione di peste bubbonica che fece parecchie vittime, seppur lontana dalla dimensione della peste nera che dal 1347 al 1353 flagello’ l’Europa e l’oltre causando milioni di vittime. La vicenda si svolge in un piccolo centro abitato a vocazione agricolo mineraria, storicamente configurato nel villaggio di Eyam nel Derbyshire, chiamato oggi Il villaggio della peste.

Anne Frith, protagonista e voce narrante, proveniente da un famiglia gravata da un padre fannullone, ubriacone e violento, avente a sua volta un passato di soprusi subiti e durezza, si affranca finalmente da questa trista vita sposando Sam, un brav’uomo minatore da cui ha due amatissimi figli. Sam purtroppo la lascia ben presto vedova, rimanendo vittima di un incidente in miniera.

Per una consuetudine attiva nel comparto minerario, Anne perde il diritto acquisito dal marito relativo allo sfruttamento della miniera, ma le rimane tuttavia la sua casa e un gregge di pecore cui aggiunge attività di servizio presso la ricca famiglia Bradford nonchè presso il Rettorato, dimora del rettore Mompellion e dell’angelica, ma dal passato travagliato, moglie Elinor. L’arrivo di un sarto, George Viccars, cui Anna darà in affitto una stanza per incrementare le sue entrate, risveglierà nel suo cuore la speranza di nuovi affetti, speranza destinata purtroppo ad essere presto delusa, perché in luogo di nuova vita arriverà invece tanta morte nella sua vita, la peste.
La peste risveglia nella piccola comunità le paure, l’egoismo, la codardia e , non ultima, la superstizione, che attecchirà con facilità in una comunità puritana e causerà la deriva, anche tragica, delle azioni di alcuni, alla ricerca di capri espiatori da offrire a incombenti ire divine. Ma il rettore, figura temuta e rispettata, prende in mano la situazione creando i presupposti e le regole per la chiusura della comunità in una sorta di isolamento autoimposto, così da non esportare il contagio, nella consapevolezza tuttavia che tante vite saranno stroncate inesorabilmente.

La critica

Assistiamo, attraverso la lettura di “Annus Mirabilis”, alla rappresentazione della crudeltà dell’epidemia, che colpisce soprattutto bambini e giovani, alla limitatezza della medicina ufficiale del tempo, in mano ai cerusici, di contro all’efficacia dei rimedi naturali offerti dall’empirica conoscenza e studio della natura, alle difficoltà della sopravvivenza, all’egoismo dei nobili, alla solidarietà dei semplici.

Si potrebbe evincerne un’analisi sulle dinamiche sociali che si innescano in situazioni estreme di pericolo, di come si attivi nell’uomo il gene della frode particolarmente deprecabile se volta ai danni dei più bisognosi e deboli. La paura genera false credenze, l’affidarsi disperato a improbabili formule magiche, e come avveniva in quelle temperie, la comparsa dei flagellanti, tristi figuri, estremisti del pentimento e veicolanti pratiche di autopunizione allo scopo di scontare i peccati che si presumeva fossero all’origine dell’irritazione divina, oltre al pazzo orrore rappresentato dall’epilogo della storia di Aphra e della sua bambina.
Cose grosse, insomma.

Dopo il fuoco purificatore, la peste sembra essere sazia e si calma, mentre il ritmo del romanzo si fa invece più incalzante, diviene appassionante e vola verso l’intenso finale. Diciamo pure che questo romanzo costituisce un interessante viaggio nell’Inghilterra del seicento, ripercorsa attraverso i mestieri e la geografia del tempo. Sotto l’aspetto sentimentale sembra tuttavia di leggere un romanzo dell’ottocento inglese, forse sintomo di una certa staticità sociale che ha prevaricato il cammino dei secoli, soprattutto se consideriamo i piccoli centri rurali dell’entroterra isolano.

Devo dire che mi è piaciuto molto il contrasto creato dall’autrice tra lo svolgersi degli eventi di cui si voleva narrare, eventi carichi di negatività in luoghi poco predisposti anche meteorologicamente alla luminosità, e di contro il finale che si esaurisce invece circonfuso di luce, e di vita. Insomma anche dopo le peggiori catastrofi, seppur doloranti, frustati, segnati, mutilati negli affetti e stanchi, a chi sopravvive può capitare di ritrovare addirittura una certa qual forma di felicità.
Il messaggio di speranza c’è, certo è un romanzo.

“Annus Mirabilis” è disponibile per l’acquisto su Amazon, sia in formato cartaceo che digitale. 

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