“Cortile a Cleopatra” di Fausta Cialente

Cortile a Cleopatra, recensioneApprossimativamente in vent’anni è stato misurato il tempo di giacenza di questo titolo all’interno di un elenco di spunti ed avvisi letterari, di possibili, auspicabili letture. Apparentemente poco nota ai più questa scrittrice italiana, dallo stile sommessamente dettagliato, ma vivo e lucente. Fausta Cialente, di origine sarda, nasce alla fine dell’ottocento e percorre il novecento migrando, fermandosi per un lungo periodo in Egitto e trasferendosi successivamente in Inghilterra, ove rimase fino alla morte che sopraggiunse nel 1994.

Ed è appunto in Egitto che si trova questo cortile, a Cleopatra, un sobborgo di Alessandria.

Vi arriva Marco, figlio della greca Crissanti, rimasto orfano del padre con cui viveva in Italia. Il distacco doloroso dal genitore lo fa fuggire dall’Italia per raggiungere la madre, che non conosce e che qui possiede una piccola casa, all’interno di questo luogo in cui convergono le esistenze comuni e differenti di altre figure femminili, come quella di Dinah, figlia del pellicciaio ebreo, di Haiganush, figlia del calzolaio armeno, di Katina, moglie del malandato SpiroTriandafilu. Ciascuno a condurre la propria esistenza secondo precise usanze e variegate credenze di fede, compresa Crissanti, che vive la propria vedovanza macerandosi in digiuni e preghiere.

Marco arriva con la sua Beatrice, una scimmia salvata da peggior sorte prima di lasciare l’Italia, arriva e semina il disordine in questa piccola comunità sul mare.

Egli incarna la figura che non rispetta le regole definite, non s’impegna a procurarsi un lavoro vivendo impunemente sulle spalle della madre, bighellona e dorme per la maggior parte delle giornate, accompagnato dalla disapprovazione di tutti e dalla tempesta nel capo riguardo le presenze femminili che lo circondano. Destabilizza, legge troppi libri. Si dipanano in questo angusto e racchiuso spazio, il cui centro è occupato da un albero di fico, nell’alternanza delle stagioni precisamente descritte dalla penna accorta dell’autrice, le incertezze amorose di Marco, che si innamora di Dinah ma viene atterrito dagli impegni sociali che ciò comporta, sorpreso in seguito dalla maggiore affinità con Kiki, una ragazzina sfortunata, sfruttata e maltrattata dal padre.

Mi piace la multiculturalità che resiste in questo cortile egiziano, seppur punteggiata dalle frequenti ire della ventiseienne ancora senza marito Haiganush, o dalle furberie della serva Polissena. Queste figure di donne così diverse tra loro per condizione, costumi e destino, come si vedrà. Vite in contrasto che tuttavia ogni sera si ritrovano sotto il fico a fumare e chiacchierare, ricomponendo fitta trama e dinamiche di convivenza. Marco si dibatte in questo paesaggio incoerente, indeciso sulla via da intraprendere, indeciso tra il desiderio di Dinah che lo imprigionerà in una vita di lavoro e obblighi sociali cui rispondere, e conteso dalla necessità di libertà che il suo modo di essere pretende, e che Kiki personifica perfettamente seppur nella sua disperazione.

In questo cortile avvengono colate di sangue ad annaffiare la pianta di zucca davanti la porta di Crissanti, mentre la scimmia Beatrice brontola ed occhieggia nascosta tra i rami del fico, quasi a predire, rendere avviso, del dramma che si preparerà.
Sì, perché la libertà ha un alto prezzo per chi la sceglie e per coloro che la subiscono.
I liberi spettinano le vite degli incastrati, le devastano, poiché questo preciso stato dell’essere contiene in sé una forma di egoismo non scevra di crudeltà.

Lascia perplessi come anche una sola, singola persona, un elemento estraneo, se inserito in una piccola ma regolata comunità sia in grado in tempo zero di scardinare gli equilibri stabiliti, di mettere a soqquadro le vite di più persone anche senza averne l’intenzione, ma solo in conseguenza della difficoltà a gestire scelte difficili nella ricerca di comprendere quale sia la cosa giusta da fare per se stessi e qui, in questo resistente romanzo, che ha avuto la pazienza di attendere tanto tempo, le incertezze di Marco verranno pagate ampiamente da chi ha avuto l’ardire di intersecare il suo travagliato cammino.

Fausta Cialente è una scrittrice italiana da riscoprire, in particolare questo romanzo, che affiancato da “Ballata levantina” costituisce il periodo egiziano dell’autrice. Un testo in cui si narra della seppur difficile ma possibile convivenza multiculturale e multireligiosa, in condizioni economiche le più dispari, collocata nel periodo post bellico, quindi intorno agli anni cinquanta. Argomento di grande attualità come si vede, di problematiche che sono divenute complesse con il passare del tempo ed alle quali siamo incapaci di dare una forma accettabile, proiettati come siamo su una china discendente verso la catastrofe.

Il bello di certi libri è costituito dal fatto che anche quando sonnecchiano molti anni prima di essere letti non vanno a scadenza, ma si stagionano intanto nell’attesa e li troviamo lì, ad aspettarci sorridenti quando ne abbiamo voglia e bisogno. Essi conservano intatti il valore ed il senso. Afflitti ed assaliti come siamo dalla sovraesposizione odierna di penne spesso discutibili, andiamo a cercare pagine discrete, nascoste in una vecchia lista o in un disordinato scaffale.

Marta Murari, Idea Libro Redazione
Marta Murari
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Sì, questa qui sono io, una randagia con carattere difficile e no, non bevo molta acqua e non faccio tanta plin plin, va da sé che non sono pulitissima dentro né bellissima fuori. Non sopporto il frastuono del mondo quindi, oltre a bere tè, cerco d’insonorizzare la tana con pareti di libri.
Vivo in esilio per lavoro ma la nostalgia mi cova dentro, perché si è del posto in cui si è nati.
I gatti sono i miei compagni, discreti e silenziosi, procuro di dare loro una buona vita, in cambio migliorano la mia, mi accettano senza riserve e non cercano di cambiarmi, perché io sono una di loro.

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